Pro-vocazioni letterarie è uno spazio dedicato agli amanti della scrittura, nella perenne ricerca di un equilibrio tra l'estro creativo e il dettato dei canoni culturali in voga, nella provocazione dell'esserci.
Interpreti e testimoni del proprio tempo.

Pro-vocazioni letterarie header image 1

“Facciamo l’ipotesi…”

October 27th, 2008 · No Comments

“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.

Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica,intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi,come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili,si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.

Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.”

Piero Calamandrei - Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma l’11 febbraio 1950

→ No CommentsTags: 9.Punto di riflessione

Novi ligure e dintorni, tra arte e cioccolato

October 24th, 2008 · No Comments

Suggerimenti di viaggio a cura di Maria Teresa Campora

Libarna-Novi Ligure- Acqui Terme- Abbazia di Sezzadio

Il viaggio ha lo scopo di farvi conoscere ed apprezzare zone note solo ai nativi, che pur appartenendo ad una Italia minore, hanno una loro particolarità e fascino.

Prima tappa - Libarna, una città romana a meno di un centinaio di Km. da Milano, a due passi da Novi Ligure.

Sul tracciato dell’antica via Postumia che si snodava da Genova ad Aquileia, sorgeva infatti la città di Libarna fondata dai Romani alla fine del I sec d.C. sulla riva sinistra dello Scrivia. Forse il nome di Libarna non vi è nuovo, vi ricorda infatti il famoso distillato. Ebbene sì la grappa che conoscete, la si produce a Serravalle Scrivia, cittadina vicina a Libarna.

L’area archeologica che comprende anche un teatro ed un anfiteatro è aperta tutti i giorni, salvo il lunedì dalle ore 9,30 alle 18.

In mezzo alla campagna, tra l’erba alta (non c’è molta cura da parte dei custodi, che forse non esistono nemmeno!) vi farete sorprendere dalla città romana che ha ancora ben definite le sue strade e il complesso di abitazioni dette “la casa del medico” perché vi sono stati trovati degli strumenti per operazioni chirurgiche.

Pensate che agli inizi del novecento, con la costruzione della camionale dei Giovi e per lavori lungo la ferrovia, la città venne notevolmente danneggiata, la zona fu lasciata senza controllo e fu così che mio nonno andò a scavare insieme ad altri ragazzotti. Risultato di questa incursione corsara è una moneta che ho fatto debitamente incorniciare. Pochi anni fa ho scoperto che non è un patacca come avevo sempre pensato ma, come mi ha detto un antiquario collezionista, è una moneta punica in quanto la zona di Libarna era un fiorente centro commerciale.

Seconda tappa - Da Libarna vi porterete a Novi Ligure.

Quando a Milano, dove studiavo, mi chiedevano dove fossi nata e io rispondevo Novi Ligure, mi dicevano: “Beata te che sei nata in un paese di mare!” Ma che mare! Nebbia, freddo e pianura come a Milano. Perché allora questo nome? Perché anticamente e precisamente nel 1400 passò ai Genovesi e divenne centro nevralgico per lo smistamento delle merci che da Genova raggiungevano la pianura padana. Influssi liguri nel dialetto e nelle testimonianze storiche ed artistiche. Città di musicisti, di cioccolatai ( La Novi e la Pernigotti ) e di ciclisti (Coppi e Girardengo).

Ma a Novi ci dovete andare per la seicentesca chiesa della Maddalena (per la visita si deve telefonare al Signor Gemme chiedendo il numero di cellulare alla Pro Loco). Dietro l’altare maggiore si articola un grandioso Calvario di fattura fiamminga formato da un gruppo ligneo di 21 statue e da due cavalli, il tutto a grandezza naturale. Mi ricordo che da bambina il venerdì santo era consuetudine arrampicarsi fino alla Croce. Sotto il Calvario un compianto sul Cristo morto composto da otto figure in terracotta. Ammirate questo “unicum” e poi una passeggiata per la via principale dove troverete due belle chiese barocche e palazzi dipinti.

Non mancate di fermarvi in una delle tante pasticcerie per assaggiare i famosi “baci di dama” inventati a Novi dalla ormai scomparsa pasticceria Rameri.

Terza tappa - Acqui Terme.

Poi, percorrendo le colline, tra le viti e i casali si raggiunge la cittadina di Acqui Terme dove il turismo è di casa, ma è soprattutto un turismo termale. La cosa più interessante di Acqui è una fontana eretta nel cuore della cittadina medievale, divenuta simbolo della cittadina stessa. L’Acqua salso-bromo-iodica che sgorga a 55° gradi di temperatura, è stata utilizzata dai Romani almeno da centocinquanta anni prima di Cristo. Dopo secoli di sfilate di gente comune e di teste coronate (Carlo Alberto fece portare ad Acqui 70 vasche di marmo di Carrara!) arrivò la “Belle Epoque” e fu un’altra stagione d’oro per gli stabilimenti termali. Ad Acqui Terme si può vedere anche il Duomo che conserva buona parte dell’antica costruzione romanica, il Castello dei Paleologi dell’XI secolo dove ha sede il Museo Archeologico ricco di reperti di epoca romana e per finire, la Basilica di San Pietro di origine paleocristiana.

Per gustare la cucina tipica a prezzi contenuti, consiglio di andare al Ristorante Alleanza, a Ponzone di Chiappino, dove dalla Signora Carla si potrà anche acquistare delle specialità locali come gli amaretti e il meraviglioso vino Brachetto!

Durante la strada del ritorno, ripassando per Acqui Terme, nell’attraversare il ponte sul Bormida, a sinistra si possono osservare le possenti arcate dell’acquedotto romano! Poi percorrendo la statale che passa per Strevi e Cassine, ad Alessandria si prende prima l’Autostrada A21 verso Tortona e quindi l’Autostrada A7 per Milano…

Alt! Abbiamo indugiato troppo a tavola? Dopo Cassine, possiamo deviare a destra, direzione Sezzadio. E’ una tappa in più, ma ne vale la pena. A Sezzadio si erge un vero gioiello: la chiesa di Santa Giustina che faceva parte di un complesso abbaziale benedettino, ora distrutto, che secondo la tradizione fu edificato nello stesso luogo in cui Liutprando, re dei Longobardi, aveva fatto erigere un oratorio in onore di Santa Giustina. Non è il caso di tessere le lodi di questa chiesa che da sola vale certamente il viaggio!

E se nel frattempo il tasso alcolico non è evaporato del tutto, d’ora in poi potete essere sicuri di procedere con la benevolenza della Santa (o se preferite, con il benestare di-vino).

Curiosità gastronomiche

Il “bacio di dama” è un dolcetto squisito la cui invenzione è contesa tra Novi, Alessandria e Tortona. Quello di Novi è senza dubbio diverso: più morbido, si scioglie in bocca, provare per credere… Consiste in due piccoli biscotti di forma semisferica a base di farina di mandorle, burro, zucchero e farina di frumento, impastati secondo una antica ricetta ed uniti al centro da una goccia di cioccolato.

Il “brachetto” è un vino aromatico, lieve, profumato, floreale, delicato e morbido… Inconfondibile per chi lo ha provato almeno una volta, è un vino dolce per eccellenza ed è uno dei vini più imitati. Originario dell’Acquese, insieme alla “bollente” è simbolo della cittadina.

→ No CommentsTags: 5.Itinerari alla scoperta dell’Italia minore

Apollo e Dioniso Edizioni presenta

October 21st, 2008 · No Comments

Apollo e Dioniso Edizioni presenta

il libro “Un pugno di fiori blu”, tre atti unici di Ester Mistò

Giovedì 23 ottobre 2008, ore 19:30

presso la Galleria Zamenhof, in Via Zamenhof 11, Milano.

Interverranno Marilisa Dulbecco, Virgilio Patarini e l’autrice. Seguirà un breve recital con Alessandro Baito e Riccardo Piricò.

→ No CommentsTags: 7.Bacheca/conferenze/eventi

October 19th, 2008 · No Comments

Scodinzolando tra religione, diplomazia e potere… Il Pontefice non si reca in visita a Gerusalemme, fino a quando gli storici israeliani non hanno fatto una revisione sul passato di Pio XII - accusato di pilatesca indifferenza verso l’Olocausto. Il governo italiano, in materia di tutela dell’ambiente, chiede una proroga all’Europa: il problema non è poi così urgente come sembra - incombe la crisi finanziaria.

Se la visita ai luoghi santi può attendere, perché in fatto di clima, disperarsi per il ripristino del paradiso terrestre?

→ No CommentsTags: 6.Testa o coda

Atlantico

October 16th, 2008 · No Comments

Racconto di Giacomo Pinelli

Quando ho mal di denti dio non esiste. O almeno, spero che non esista, perché tiro certe madonne che la sacra vergine appesa all’ingresso si tappa le orecchie. Quando ho mal di denti il tempo scorre con un ritmo irreale, giorno e notte si mischiano, si confondono, il dolore e il sollievo scandiscono le ore. Quando ho mal di denti mi vendo come un giuda a qualsiasi rimedio concreto che possa almeno darmi l’illusione di alleviare la sofferenza. Colluttorio, analgesici, antidolorifici, decotti di malva. Niente di tutto questo può giovarmi. Solo lei può corrermi in aiuto. Grappa. Grappa sulle mie gengive gonfie e dolenti, grappa sui miei denti sgretolati, grappa giù per la gola a bruciare la lingua, a darmi i brividi, a offuscare la mente. Il sollievo arriva veloce, mi sento anche rinvigorito, vado alla finestra a guardare la pioggia battente che rinfresca l’aria. Da ragazzino mi ci sarei buttato, sotto una pioggia così. E sarei rimasto lì a prendermela sulla testa, come un idiota, o come uno che s’è perso e nell’incertezza si gode il momento. Ma da ragazzini si fanno cose stupide; io, ad esempio, oltre a rimanere sotto gli acquazzoni, amavo andarmene in riva al mare. Ma non di giorno, quando ci vanno tutti, e non d’estate, ma nelle sere di gennaio o giù di lì, quando non c’è nessuno perché fa troppo freddo; restavo seduto a guardare il giorno diluire in fretta nel tramonto e il mare che dominava l’orizzonte fino al punto di contatto col cielo, ma nel buio dell’inverno quel punto scompariva presto e se non era notte di luna il mare diventava un mostro nero e ignoto; io ci stavo bene, non avevo paura, ero solo un ragazzino ma le conoscevo, le storie di quelli che non erano mai tornati, però mi sentivo tranquillo, e presto il rumore ipnotico delle onde mi entrava nella testa, mi faceva chiudere gli occhi e mi piaceva stare così, sognare di quando avrei preso il mare e avrei lasciato tutto, giocare con la fantasia e immaginare i posti che avrei visto, le coste che avrei toccato. Poi, a volte, succedeva. Arrivava un lungo, interminabile istante, in cui mi convincevo, in cui ero assolutamente sicuro che le onde mi avrebbero preso, così, un’onda gigante che mi avrebbe consegnato alle correnti per abbandonarmi al largo, dove c’è solo acqua intorno. Ero tentato di aprire gli occhi, alzarmi e cominciare a camminare dentro l’acqua, una volta lo feci pure, senza nemmeno togliermi le scarpe, entrai nell’acqua e quando mi arrivò al polpaccio rabbrividii e corsi a riva tremante di paura e di freddo. Era come una calamità, mi attraeva seducendomi. E, d’accordo, da ragazzino ero un idiota autentico, però ne ho sentiti altri raccontare storie simili, avvertire un’attrazione fisica verso il mare, nel senso che si sente proprio il desiderio di toccarlo, di sentirlo sulla pelle, di abbandonarsi. Il desiderio di essere suoi prigionieri. Ne ho sentite di storie così, ne ho sentite dappertutto, in giro per il mondo. Perché alla fine mi sono imbarcato davvero, cos’altro avrei potuto fare?

Il dente ricomincia a pulsare, maledetto, le tempie rimbombano, lo sento lungo e aguzzo come una zanna che mi cresce in fondo al palato, mi sento la bocca enorme, potrei ingoiare la cucina, basta! Adesso vado a farmelo togliere, zac! Lo voglio fuori da me, voglio recidere le sue radici malefiche. Sì, vado a farmelo togliere, magari però prima mi bevo ancora un goccio, và, giusto per il coraggio. Che poi non è neanche male ‘sta grappa, solo che adesso mi gira la testa, non mangio da ieri, ma non voglio che succeda come sempre, che dopo due bicchieri m’incupisco e per cacciare la tristezza mi vien voglia di ricordare il passato. Che io, se mi faccio prendere da quella brutta bestia che è la malinconia, se mi faccio fregare dai ricordi, va a finire che mi rivedo giovane e insicuro a sfidare il vento in piedi sopra il ponte, lo sguardo fiero e l’oceano tutto intorno, con la voglia di sbranare la vita, sento di nuovo la forza nelle braccia come avevo allora, mi sembra di risentire la pelle bruciata dal sole. Ho girato il mondo, io. Ogni porto del Mediterraneo e dell’Atlantico l’ho toccato, l’ho vissuto. Ricordo la meraviglia per tutto ciò che incontravo per la prima volta. I primi anni furono un grande bazar dove trovai amore e sesso, amicizia e rancore, mi ubriacai di donne e vino forte e imparai a incutere paura con uno sguardo. Ricordo risse epocali dopo sbronze violente, con le lame che saltavano fuori dalle tasche, rapide e vigliacche come la morte che sapevano dare; donne meravigliose di cui cadevo innamorato perso e bagasce generose con le quali mi consolavo. Poi, lentamente, vengono l’abitudine e la stanchezza dell’anima, avvolgenti e silenziose a fiaccare l’entusiasmo, finchè la noia e la solitudine stritolano i giorni, e niente ha più il gusto che aveva prima. Il mare ha lavato via il colore, ha annacquato il sapore, ma si scopre presto che tutto questo non è importante. La rotta è tracciata, come un destino.

Il dente sembra come addormentato, forse tramortito. Dovrei provare anch’io a dormire, ma comincio a sentirmi bene e ho anche deciso che a farmelo togliere non ci vado, e non è che abbia paura, è che, insomma, posso resistere. Ha quasi smesso di piovere e ho voglia di uscire. Mi sento un po’ annebbiato, ma le gambe, anche se vanno sul molle, sembrano reggermi. La grappa la lascio qui, se mi torna il mal di denti ho deciso che mi butto a mare e mi faccio annegare.

Arrivo alla spiaggia, la trovo deserta. Mi riparo sotto una tettoia, a proteggermi dalle ultime gocce di una pioggia d’autunno. Sono vecchio. E i vecchi hanno la cattiva abitudine di voler raccontare ai più giovani le loro esperienze, tentando forse di riacciuffarle nell’istante del ricordo, come se il passato potesse riaffiorare dagli abissi. Balle. Il passato non torna. La mia vita, ad esempio, se l’è presa il mare e l’ha tenuta in ostaggio. L’ha consumata. E quando è giunto il momento, ha sospinto a riva i suoi resti. E’ una mattina di vento freddo in Cornovaglia, una mattina come tante. Seduto sul prato umido della scogliera, l’Atlantico di fronte. Il vento agitava le onde. Me lo ricordo come se fosse oggi, maledizione, mi ricordo la schiuma a piccoli batuffoli compatti che salivano dall’oceano e venivano a morire sull’erba. Un luogo senza tempo. Ero da solo ed ero già vecchio. Ma avvenne di nuovo, come quelle sere da ragazzino, arrivò quella sensazione, mi sentii come alle soglie di un momento fatale, intimamente certo del rapimento di un’onda enorme, gigantesca, che avrebbe sovrastato la scogliera per portarmi via. L’oceano era pronto a inghiottirmi, il momento era arrivato. Me ne stavo lì seduto, stretto fra le spalle, e cominciai a tremare dalla paura. Non la paura che provavo da bambino, eccitante, ma una paura grigia, nera, un panico che mi paralizzava. Mi sentivo rassegnato, ma le onde continuarono a infrangersi sugli scogli e non badarono a me; la paura svanì in fretta, ma il messaggio si era impresso dentro di me. L’oceano mi aveva avvisato, era tempo di smettere di navigare e ricominciare a confondermi tra la gente della terra ferma. E cosa importa se ci si accorge che l’oceano ti resta negli occhi e nelle ossa, ti fluisce nell’anima e nelle parole; cosa importa capire che non se ne va e non se ne andrà mai. Quando si scende, si scende per sempre.

La pioggia che sembrava finire ha invece ripreso vigore, il vento ne inclina la direzione, mi colpisce in volto, mi punge gli occhi. E’ una sfida? La raccolgo. Abbandono la tettoia e comincio a camminare verso la riva sulla sabbia bagnata, mi fermo, mi tolgo la coppoletta, pioggia sulla testa, allargo le braccia, pioggia su di me che sono ancora un ragazzino, sul palmo delle mie mani aperte, sui miei vestiti e sul mio destino, sul mio sorriso involontario che è figlio dell’euforia da alcool, ma che importa, le onde adesso mi sfiorano le scarpe, un tizio passa poco lontano e mi guarda preoccupato, ma sono solo un vecchio rimbambito che si diverte un po’: sentirsi ancora giovane, non è grave. Ma ora basta, me ne vado a casa, che mi gira la testa. Magari mi cucino qualcosa, il dente sembra a posto. Ma se vuole, che provi a tornare il mal di denti! Che provi a tornare anche la nostalgia. Io sono pronto, in dispensa ho ancora tre bottiglie di grappa.

→ No CommentsTags: 4.Proposte di autori e lettori a confronto

Inaugurazione mostra “Dramatis Personae”

October 15th, 2008 · No Comments

Mercoledì 15 ottobre alle ore 18:30 inaugurazione della mostra tematica “Dramatis Personae” alla Galleria Zamenhof, in via Zamenhof 11, di Milano (sala ‘Lucio Fontana’ e spazio ‘Alberto Burri’).

In mostra: quadri e sculture di Paolo Avanzi, Francesco Baini, Teresa Bonaventura, Anna Maria Bracci, Nadia Ginelli, Bruno Golin, Paolo Lo Giudice, Vincenzo Marega, Italo Mazzei, Paolo Merghetti, Giovanni Oteri, Giuseppe Samperisi. La mostra è a cura di Valentina Carrera e Virgilio Patarini

L’esposizione durerà dal 15 ottobre al 2 novembre 2008, negli orari di apertura della galleria: dal mercoledì alla domomenica, dalle ore 15 alle 19.

→ No CommentsTags: 7.Bacheca/conferenze/eventi

La ruota

October 13th, 2008 · No Comments

Ossia, dell’essere che si morde la coda.

Il Primo giorno, Dio creò la Mucca e disse: “Dovrai andare nei campi con il contadino, soffrire tutto il giorno sotto il sole, figliare in continuazione e farti spremere tutto il latte possibile. Ti concedo un’aspettativa di vita di 60 anni”. La Mucca rispose: “Una vita così disgraziata me la vuoi far vivere per 60 anni? Guarda, 20 vanno benissimo, tieniti pure gli altri 40!”. E così fu.

Il secondo giorno, Dio creò il Cane e disse: “Dovrai sedere tutto il giorno dietro l’ingresso della casa dell’uomo, abbaiando a chiunque si avvicini. Ti assegno un’aspettativa di vita di 20 anni”. Il Cane replicò: “20 anni a rompermi le palle e a romperle agli altri? Guarda, 10 sono più che sufficienti, tieniti pure gli altri!”. E così fu.

Il terzo giorno, Dio creò la Scimmia e disse: “Dovrai divertire la gente, fare il pagliaccio ed assumere le espressioni più idiote per farla ridere. Vivrai 20 anni”. La scimmia obiettò: “20 anni a fare il cretino? Mi associo al cane e te ne restituisco 10!”. E così fu.

Infine, Dio creò l’Uomo e disse: “Tu non lavorerai, non farai altro che mangiare, dormire, scopare e divertirti come un matto. Ti assegno 20 anni di vita!” E l’Uomo, implorante: “Come, 20 anni?!? Solo 20 anni di questo Bengodi? Senti, ho saputo che la Mucca ti ha restituito 40 anni, il Cane 10 e la Scimmia altri 10, sommati ai miei 20 farebbero 80, dalli tutti a me!!!”. E così fu.

Ecco perché per i primi 20 anni della nostra vita non facciamo altro che mangiare, dormire, giocare, scopare, godercela e non fare un cazzo, per i successivi 40 lavoriamo come bestie per mantenere la famiglia, per gli ulteriori 10 facciamo i cretini per far divertire i nipotini, e gli ultimi 10 li passiamo rompendo le palle a tutti.

Tutto gira intorno ad una ruota palindromica…

> A 3 anni il successo è: non pisciarsi addosso.

> A 12 anni il successo è: avere tanti amici.

> A 18 anni il successo è: avere la patente.

> A 20 anni il successo è: avere rapporti sessuali.

> A 35 anni il successo è: avere moltissimi soldi.

> A 50 anni il successo è: avere moltissimi soldi.

> A 60 anni il successo è: avere rapporti sessuali.

> A 70 anni il successo è: avere la patente.

> A 75 anni il successo è: avere tanti amici.

> A 80 anni il successo è: non pisciarsi addosso!

> Tutto vero, purtroppo……. la vita è una ruota!!!>>>

(by: Freddy & co.)

→ No CommentsTags: 6.Testa o coda

La curiosità

October 10th, 2008 · No Comments

La curiosità è donna. Veste i panni di un’anziana signora amante della vita, che sa cogliere in ciò che la circonda i risvolti di trame originali che valgono la pena di essere dipanate. Ma se fin dalle prime righe di questa narrazione è appropriato aspettarsi una trama dal sapore leggiadro, l’espressione ‘vale la pena’ appare riduttiva sia per la dinamica del racconto, scorrevole, sia per l’atmosfera generale.

Un piccolo libro che per linearità e gioia di vivere richiama alla mente l’arzilla protagonista del film (ispirato dal libro omonimo) Harold e Maude.

L’ambiente è quello della provincia milanese, ermetica e riservata nell’operosità quotidiana. Tuttavia non ci sono argini che possano contenere la voglia di indagare della vedova Sper, una volta che sul suo cammino ha fiutato il quadretto insolito di due gemelle, armate di due mazzi di fiori, che cupe e silenziose ogni mattina si recano al cimitero. Dimentica facilmente i nomi, talvolta “recita la parte della vecchietta un po’ svanita… ciò le consente di fare domande impertinenti…” Niente ferma più la signora Lea, vedova Sper, una volta che si è messa in moto.

Nella confusione del traffico giornaliero nessuno sembra voler accorgersi di una persona anziana che con i sacchetti della spesa fa ritorno a casa. A partire dalla portinaia, solo i conoscenti più intimi e i familiari appaiono premurosi, anzi quasi timorosi di ogni sua iniziativa. Lei promette, rassicura di essere saggia. In quanto a portare a termine la sua missione, non cede di un millimetro. Sa come muoversi e dopotutto “che male c’è se una vecchina un po’ fusa si impiccia dei fatti degli altri?” Coinvolgendo la sua vecchia amica Mimma, passo dopo passo si dirige senza la minima esitazione nel covo delle gemelle. Se poi l’approdo è una vecchia osteria (diventata il rifugio dalla pioggia e dalla stanchezza per loro nonché per un gruppo di simpatici e rumorosi lavoratori) dove vengono serviti piatti squisiti, dove la compagnia è accogliente, perché non approfittarne?

Purtroppo il bicchierino di ‘goccia di uragano’ è di troppo, finisce con il tradire le due amiche proprio quando scendono da un camioncino, sul portone di casa, in concomitanza con l’arrivo della sorella dal lavoro. Nora, di poco più giovane di Lea, non ne può più di vivere con l’ansia alla gola per le intemperanze dell’anziana sorella - e vedova dalla vita spericolata. Il nipote sarà avvertito: all’orizzonte incombe lo spauracchio del ricovero forzato in una casa di riposo.

Alla fine però - lo si intuisce - tutti si raccolgono intorno alla vedova Sper per conoscere nei minimi dettagli il mistero che circonda la vita delle due gemelle. Nella curiosità alberga l’essenza della vita.

L’autore si rivela un attento e onesto osservatore dell’animo umano che invita a guardare le persone ben oltre l’aspetto austero o comportamentale di ciascuno.

La vita ci costringe a occupare “dei conti della spesa, delle bollette… eppure al di là della nostra porta ci sono milioni di vite che non attendono altro di essere rivelate.” Il messaggio, appena accennato, diventa tuttavia eloquente perché nasce dallo sfondo narrativo di un territorio dove denaro e lavoro sembrano essere il motore dominante della realtà di tutti i giorni.

Colpiscono il rispetto e la comprensione in ogni passaggio del racconto, senza peraltro mai diventare retorico; si avverte un sorriso bonario di fondo che è quello che poi rimane.

Un divertissement per l’autore che lo ha scritto e per gli amanti della lettura semplice e leggera. In un mondo complicato, non è roba da trascurare nell’angolo remoto di una libreria.

AF

Le due gemelle (I misteri della vedova Sper), un breve romanzo dell’autore: Federico Daniele Albert, pubblicato da: Davide Zedda Editore, nella collana La riflessione.

→ No CommentsTags: 3.L’angolo nascosto della libreria e un poco oltre

October 5th, 2008 · No Comments

Tra la leggerezza e il rigore italico spicca il salomonico accordo… della reintegrazione nel posto di lavoro degli 8 ferrovieri licenziati l’8 agosto scorso a Genova perché accusati di farsi timbrare il cartellino da un collega. Davanti al giudice ammettono l’errore accettando il licenziamento, ma colpo di magia (o di coda finale): Trenitalia si è impegnata a riassumerli. Sempre meglio delle sbornie finanziarie delle teste d’uovo d’oltreoceano. Tuttavia tra testa e coda c’è da chiedersi se per ognuno di questi giochi è valsa la candela.

→ No CommentsTags: 6.Testa o coda

October 4th, 2008 · No Comments

Antonio Ligabue (Arte e profano)

→ No CommentsTags: Francesca Bellola