Parte dalla nascita la roulette della vita. Il gioco del caso si serve di una molteplicità di fattori che mettono insieme ricchezza o povertà, luogo e religione… La lista è lunga, le combinazioni pressocché infinite, la risultante amalgama più che sorprendente. Infine la società nel suo insieme, nel perseguire un proprio cammino, mette in circolo idee e mode che conducono a ideologie, dove l’accanimento sfocia in momenti sublimi o aberranti. E dove talvolta nello stesso periodo storico si trovano a coesistere arte benessere e sofferenze in un rapporto - cito Giovanni Sole - che somiglia molto a quello del ricamo e del suo rovescio.
Il romanzo Orgoglio e pregiudizio di Jane Austin descrive l’ambiente aristocratico a cavallo tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800. Siamo nell’Inghilterra dell’epoca pre-vittoriana. La nobiltà godeva da una parte di elargizioni e benefici che il rango concedeva, dall’altra dei possedimenti terrieri. Ma la proprietà era indivisibile ed era destinata ai discendenti maschi. La signora Bennet, dopo aver dato alla luce cinque femmine (e nessun maschio!), è angosciata dalla necessità di combinare un matrimonio per le sue figlie e dal timore della morte prematura del marito, che l’avrebbe privata della casa e di tutti i suoi averi. La narrazione è ritmata da una palpitante sequenza d’inviti, finalizzati a favorire incontri galanti, tra pranzi e cene, balletti e pause di civetteria. In una cornice, nei salotti della media aristocrazia, di ansie giovanili e di combine. Su tutto dominano il rango e l’onore morale, che quando rischiano di venire travolti dalla fuga avventata di una delle sorelle più giovani, richiedono il contributo di tutta la famiglia in una rincorsa a tratti drammatica, che tuttavia sfocia in un matrimonio riparatore. L’onore è salvo e quell’orgoglio (dell’eroina) che aveva portato a un giudizio affrettato (sul giovane eroe aristocratico ma altero) è superato dal ripensamento.
L’autrice niente racconta del momento storico. I soldati, ammirati per le loro splendide uniformi, sono visti dalla maggior parte dei personaggi femminili come tanti figurini da esibire al prossimo ballo. Vengono tratteggiati episodi di opportunismo per un ambito sbocco clericale da parte di giovani del ceto medio, abbastanza eruditi; s’intravede l’ineludibile necessità di arruolarsi nell’esercito per quei cadetti dalla condotta non proprio irreprensibile. Il crogiolo psicologico dell’ambiente della media nobiltà dell’epoca è descritto con dovizia di particolari, ma nient’altro è detto di quei risvolti che la società pre-vittoriana riservava alle donne o alle mogli ribelli. I primi manicomi datano di quest’epoca; catene e saldi principi religiosi facevano parte integrante dell’armamentario della terapia in uso.
Castrati e cicisbei di Giovanni Sole è un saggio storico che, come riporta il sottotitolo, tratta dell’ideologia e della moda del ‘700 italiano. Sull’altare dell’arte del bel canto, a partire dalla fine del ‘500, si è imposto l’aberrante sacrifizio di evirare dei bambini. Merito del libro è quello di risalire alle cause, documentando con un’analisi precisa e puntigliosa le motivazioni che stavano alla base di questa pratica. Secondo alcuni storici il papa Sisto V, nel proibire alle donne di esibirsi nei teatri e nelle chiese, avrebbe favorito tale costume. Secondo altri sarebbe stato frutto dello straordinario successo del melodramma italiano, che non potendo portare in scena le donne, avrebbe perpetrato l’orchiectomia per preservare le qualità canore dei fanciulli anche in età matura. Nel ‘600 i teatri si affermarono al grande pubblico, gli impresari costruirono intorno alla “forza della voce solista” la febbre del successo. Passava in secondo luogo il fatto che non tutti apprezzassero queste esibizioni da parte di uomini che con voce e portamento effeminati calcavano le scene, inverosimilmente impersonando guerrieri ed eroi del passato. In effetti, più che le qualità canore, si adombra il fondato sospetto che oggetto dell’esibizione fosse la castrazione medesima. Il paradosso era che, secondo De Sade, “per evitare lo scandalo delle donne in teatro, si commisero delitti più gravi.” I cantori evirati, nella competizione per l’ascesa sociale, rappresentavano nello stesso tempo il primato maschile su quello femminile (poiché ogni negazione è l’affermazione degli attributi di chi ne è dotato) e l’assoggettamento all’autorità paterna e all’ordine dominante.
I cavalier serventi, dai detrattori apostrofati cicisbei, si ispiravano “agli ideali cavallereschi e dell’amor cortese.” Erano designati dallo sposo a salvaguardia dell’onore della dama, per accompagnarla nei salotti e nei teatri. Esprimevano il bisogno dell’aristocrazia di affermare in “un profondo intreccio tra amore e galanteria” il proprio dominio culturale nella società. In pieno barocco era lo specchio del tempo, l’aspetto esteriore che si manifestava attraverso l’esibizionismo della raffinatezza dei modi, con l’ostentazione di fogge e merletti (e quanto potesse apparire una barriera da contrapporre ai ceti emergenti). Ed era anche un ruolo da affidare ai rampolli dell’aristocrazia, privi di beni ma dotati di belle maniere, e a quei fannulloni che, aspirando a una vita agiata, si sobbarcavano parte delle incombenze dovute dai mariti alle consorti. Il fenomeno dei castrati e dei cicisbei da un lato evidenziavano i privilegi del ceto aristocratico, in quanto dietro la maschera dell’arte e del manierismo erano i modelli nobiliari a prevalere. E dall’altro ne segnavano l’imminente declino, come una moda che ha superato ogni eccesso.
Dalla fine del ‘700, due secoli di storia non sono trascorsi invano. Le recenti elezioni americane hanno alimentato una speranza: nascere nero non è una condanna a vivere in un girone inferiore se, dopo una lunga campagna elettorale, i cittadini USA hanno eletto un uomo di colore. Purché al nuovo inquilino, sovrastato dalle eccezionali difficoltà del momento, non venga in mente di ritinteggiare la facciata della Casa Bianca! La storia insegna che i problemi irrisolti ritornano a galla più virulenti e che ogni rivalsa ha il suo contrappeso.
Antonio Fiorella
Pride and prejudice, by Jane Austin, The Penguin English Library.
Castrati e cicisbei, autore: Giovanni Sole, Rubbettino Editore.
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