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Atlantico

October 16th, 2008 · No Comments

Racconto di Giacomo Pinelli

Quando ho mal di denti dio non esiste. O almeno, spero che non esista, perché tiro certe madonne che la sacra vergine appesa all’ingresso si tappa le orecchie. Quando ho mal di denti il tempo scorre con un ritmo irreale, giorno e notte si mischiano, si confondono, il dolore e il sollievo scandiscono le ore. Quando ho mal di denti mi vendo come un giuda a qualsiasi rimedio concreto che possa almeno darmi l’illusione di alleviare la sofferenza. Colluttorio, analgesici, antidolorifici, decotti di malva. Niente di tutto questo può giovarmi. Solo lei può corrermi in aiuto. Grappa. Grappa sulle mie gengive gonfie e dolenti, grappa sui miei denti sgretolati, grappa giù per la gola a bruciare la lingua, a darmi i brividi, a offuscare la mente. Il sollievo arriva veloce, mi sento anche rinvigorito, vado alla finestra a guardare la pioggia battente che rinfresca l’aria. Da ragazzino mi ci sarei buttato, sotto una pioggia così. E sarei rimasto lì a prendermela sulla testa, come un idiota, o come uno che s’è perso e nell’incertezza si gode il momento. Ma da ragazzini si fanno cose stupide; io, ad esempio, oltre a rimanere sotto gli acquazzoni, amavo andarmene in riva al mare. Ma non di giorno, quando ci vanno tutti, e non d’estate, ma nelle sere di gennaio o giù di lì, quando non c’è nessuno perché fa troppo freddo; restavo seduto a guardare il giorno diluire in fretta nel tramonto e il mare che dominava l’orizzonte fino al punto di contatto col cielo, ma nel buio dell’inverno quel punto scompariva presto e se non era notte di luna il mare diventava un mostro nero e ignoto; io ci stavo bene, non avevo paura, ero solo un ragazzino ma le conoscevo, le storie di quelli che non erano mai tornati, però mi sentivo tranquillo, e presto il rumore ipnotico delle onde mi entrava nella testa, mi faceva chiudere gli occhi e mi piaceva stare così, sognare di quando avrei preso il mare e avrei lasciato tutto, giocare con la fantasia e immaginare i posti che avrei visto, le coste che avrei toccato. Poi, a volte, succedeva. Arrivava un lungo, interminabile istante, in cui mi convincevo, in cui ero assolutamente sicuro che le onde mi avrebbero preso, così, un’onda gigante che mi avrebbe consegnato alle correnti per abbandonarmi al largo, dove c’è solo acqua intorno. Ero tentato di aprire gli occhi, alzarmi e cominciare a camminare dentro l’acqua, una volta lo feci pure, senza nemmeno togliermi le scarpe, entrai nell’acqua e quando mi arrivò al polpaccio rabbrividii e corsi a riva tremante di paura e di freddo. Era come una calamità, mi attraeva seducendomi. E, d’accordo, da ragazzino ero un idiota autentico, però ne ho sentiti altri raccontare storie simili, avvertire un’attrazione fisica verso il mare, nel senso che si sente proprio il desiderio di toccarlo, di sentirlo sulla pelle, di abbandonarsi. Il desiderio di essere suoi prigionieri. Ne ho sentite di storie così, ne ho sentite dappertutto, in giro per il mondo. Perché alla fine mi sono imbarcato davvero, cos’altro avrei potuto fare?

Il dente ricomincia a pulsare, maledetto, le tempie rimbombano, lo sento lungo e aguzzo come una zanna che mi cresce in fondo al palato, mi sento la bocca enorme, potrei ingoiare la cucina, basta! Adesso vado a farmelo togliere, zac! Lo voglio fuori da me, voglio recidere le sue radici malefiche. Sì, vado a farmelo togliere, magari però prima mi bevo ancora un goccio, và, giusto per il coraggio. Che poi non è neanche male ‘sta grappa, solo che adesso mi gira la testa, non mangio da ieri, ma non voglio che succeda come sempre, che dopo due bicchieri m’incupisco e per cacciare la tristezza mi vien voglia di ricordare il passato. Che io, se mi faccio prendere da quella brutta bestia che è la malinconia, se mi faccio fregare dai ricordi, va a finire che mi rivedo giovane e insicuro a sfidare il vento in piedi sopra il ponte, lo sguardo fiero e l’oceano tutto intorno, con la voglia di sbranare la vita, sento di nuovo la forza nelle braccia come avevo allora, mi sembra di risentire la pelle bruciata dal sole. Ho girato il mondo, io. Ogni porto del Mediterraneo e dell’Atlantico l’ho toccato, l’ho vissuto. Ricordo la meraviglia per tutto ciò che incontravo per la prima volta. I primi anni furono un grande bazar dove trovai amore e sesso, amicizia e rancore, mi ubriacai di donne e vino forte e imparai a incutere paura con uno sguardo. Ricordo risse epocali dopo sbronze violente, con le lame che saltavano fuori dalle tasche, rapide e vigliacche come la morte che sapevano dare; donne meravigliose di cui cadevo innamorato perso e bagasce generose con le quali mi consolavo. Poi, lentamente, vengono l’abitudine e la stanchezza dell’anima, avvolgenti e silenziose a fiaccare l’entusiasmo, finchè la noia e la solitudine stritolano i giorni, e niente ha più il gusto che aveva prima. Il mare ha lavato via il colore, ha annacquato il sapore, ma si scopre presto che tutto questo non è importante. La rotta è tracciata, come un destino.

Il dente sembra come addormentato, forse tramortito. Dovrei provare anch’io a dormire, ma comincio a sentirmi bene e ho anche deciso che a farmelo togliere non ci vado, e non è che abbia paura, è che, insomma, posso resistere. Ha quasi smesso di piovere e ho voglia di uscire. Mi sento un po’ annebbiato, ma le gambe, anche se vanno sul molle, sembrano reggermi. La grappa la lascio qui, se mi torna il mal di denti ho deciso che mi butto a mare e mi faccio annegare.

Arrivo alla spiaggia, la trovo deserta. Mi riparo sotto una tettoia, a proteggermi dalle ultime gocce di una pioggia d’autunno. Sono vecchio. E i vecchi hanno la cattiva abitudine di voler raccontare ai più giovani le loro esperienze, tentando forse di riacciuffarle nell’istante del ricordo, come se il passato potesse riaffiorare dagli abissi. Balle. Il passato non torna. La mia vita, ad esempio, se l’è presa il mare e l’ha tenuta in ostaggio. L’ha consumata. E quando è giunto il momento, ha sospinto a riva i suoi resti. E’ una mattina di vento freddo in Cornovaglia, una mattina come tante. Seduto sul prato umido della scogliera, l’Atlantico di fronte. Il vento agitava le onde. Me lo ricordo come se fosse oggi, maledizione, mi ricordo la schiuma a piccoli batuffoli compatti che salivano dall’oceano e venivano a morire sull’erba. Un luogo senza tempo. Ero da solo ed ero già vecchio. Ma avvenne di nuovo, come quelle sere da ragazzino, arrivò quella sensazione, mi sentii come alle soglie di un momento fatale, intimamente certo del rapimento di un’onda enorme, gigantesca, che avrebbe sovrastato la scogliera per portarmi via. L’oceano era pronto a inghiottirmi, il momento era arrivato. Me ne stavo lì seduto, stretto fra le spalle, e cominciai a tremare dalla paura. Non la paura che provavo da bambino, eccitante, ma una paura grigia, nera, un panico che mi paralizzava. Mi sentivo rassegnato, ma le onde continuarono a infrangersi sugli scogli e non badarono a me; la paura svanì in fretta, ma il messaggio si era impresso dentro di me. L’oceano mi aveva avvisato, era tempo di smettere di navigare e ricominciare a confondermi tra la gente della terra ferma. E cosa importa se ci si accorge che l’oceano ti resta negli occhi e nelle ossa, ti fluisce nell’anima e nelle parole; cosa importa capire che non se ne va e non se ne andrà mai. Quando si scende, si scende per sempre.

La pioggia che sembrava finire ha invece ripreso vigore, il vento ne inclina la direzione, mi colpisce in volto, mi punge gli occhi. E’ una sfida? La raccolgo. Abbandono la tettoia e comincio a camminare verso la riva sulla sabbia bagnata, mi fermo, mi tolgo la coppoletta, pioggia sulla testa, allargo le braccia, pioggia su di me che sono ancora un ragazzino, sul palmo delle mie mani aperte, sui miei vestiti e sul mio destino, sul mio sorriso involontario che è figlio dell’euforia da alcool, ma che importa, le onde adesso mi sfiorano le scarpe, un tizio passa poco lontano e mi guarda preoccupato, ma sono solo un vecchio rimbambito che si diverte un po’: sentirsi ancora giovane, non è grave. Ma ora basta, me ne vado a casa, che mi gira la testa. Magari mi cucino qualcosa, il dente sembra a posto. Ma se vuole, che provi a tornare il mal di denti! Che provi a tornare anche la nostalgia. Io sono pronto, in dispensa ho ancora tre bottiglie di grappa.

Tags: 4.Proposte di autori e lettori a confronto

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