GARDELIO EUGENIO
1.
Sono venuti in due per farsi coraggio l’un l’altro nel caso lui ci fosse. Ma lui fortunatamente non c’è e allora ci si può rilassare, parlare del più e del meno, affrontare una questione scabrosa con fredda ironia e farne addirittura la posta in palio di una partita a carte. Così Filippo e Leonardo, cugini alla lontana, giocano. Giocano in una stanza vuota con un occhio altrove. Entrambi hanno il presentimento che l’esito della partita sia stato già fissato in partenza.
Dei due si può dire che sia Filippo il più fortunato, se non altro perché, essendo quello che ha maggiormente i piedi per terra, è riuscito finora a sfruttare occasioni che Leonardo non ha manco visto, preso com’è dall’illusione di altre al di là della sua portata. Una volta tanto però anche il più sfortunato ha il suo momento di fortuna, basta che si invertano le regole del gioco; e Filippo e Leonardo l’hanno fatto: chi vince si prende l’eredità con tutto ciò che ne consegue.
“Avrei dovuto venire qui da solo” mugugna Filippo pescando un paio di carte dal mazzo.
Leonardo che con la mano libera s’è appena infilato in bocca un cioccolatino, l’ennesimo (furtivo assaggio dell’eredità), biascica contento: “E’ quello che dico anch’io. E adesso che la paura ti è passata ….”.
“La faccenda riguarda entrambi in ugual misura. E poi tu non prendi mai niente sul serio. Basta vedere come giochi, sembra che le carte le butti giù a caso”.
“La mia logica non ti riguarda. Pensa alle tue carte piuttosto”.
“Sai a che carte penso?”. Filippo allunga il braccio verso un blocco di foglietti collocati ad un lato del tavolo. “A queste penso. Decine di fatture da pagare”.
Leonardo è già ad un altro cioccolatino ed è più allegro che mai. “Se non mi preoccupo io che sono senza lavoro, vuoi preoccuparti tu?”.
“Vedi? Se fossi preoccupato come me di simili faccende, adesso non avresti i problemi che hai”. Che frase fuori luogo, considera Filippo incrociando lo sguardo del cugino ed allora ritorna al pensiero delle prossime incombenze, tanto più che la partita praticamente l’ha già vinta. “Sapessi almeno come comportarmi con quell’individuo ….”.
“Lo so io come ti comporterai: al risparmio. Fiori di plastica e bara di cartone. Ah, ah, ti conosco fin troppo bene. Scommetto che con il tuo acume finanziario riuscirai addirittura a guadagnarci”.
“Ho l’aria dello sciacallo?”.
“Hai l’aria di uno di quei finti furbi che finiscono male. Vivi la vita come una grande scocciatura che merita il minor spreco di energie possibile. Non vuoi correre rischi, non ne vale la pena pensi, e così ti adagi in un mediocre trantran finché non arriverà chi ti chiederà il conto”.
“Sarà. Io però credo di avere qualche probabilità più di te di riuscire a saldarlo questo conto”.
Leonardo si agita. “Ma se non sai nemmeno di cosa sto parlando?”.
“Ah, già, dimenticavo che tu prima o poi diventerai un eroe, e agli eroi non si fanno i conti in tasca”. Finalmente la gravità di Filippo riesce a guastare l’umore del cugino che in un improvviso sussulto brandisce il mazzo nell’aria e lo sbatte sul tavolo.
Leonardo non si raccapezza per nulla; la sua baldanza è crollata come un castello di carte, le stesse che ha scombinato nell’improvvisa foga. E’ scuro in volto e ancor più nell’animo. Ma solo fino al momento in cui si rende conto che la sconfitta, ormai inevitabile, coincide con la liberazione dalla responsabilità posta in palio.
Filippo non contraccambia il ritrovato sorriso del cugino. Lo sapeva fin dall’inizio che sarebbe andata così e ha voluto giocare lo stesso, per alleggerire di aleatorietà una scelta obbligata o forse per coerenza con il suo maledetto zelo. Ma c’è un motivo nuovo che si insinua ad amareggiare ancor più la facile vittoria. “Non è l’atto in sé di pagare che mi dà fastidio”, commenta radunando le carte al centro del tavolo, “ma il pagare per colpe commesse da altri”.
Leonardo si alza in piedi. Parla solenne e sfrontato. “C’è sempre qualcuno che paga per le nostre colpe, ricordalo, e poi lo zio Eugenio non è uno qualsiasi”.
“Lo zio Eugenio era uno senza dignità. L’avrò visto due o tre volte al massimo in tutta la mia vita e anche per quanto riguarda il grado di parentela eravamo molto lontani. Ma non abbastanza purtroppo”.
“L’hai detto: non abbastanza. Eh, ci sarebbe voluto un granduomo a capo della nostra stirpe”.
Il pavimento della stanza è lastricato di piastrelle che si alternano chiare e scure, e la sagoma di Leonardo ritto immobile come un alfiere su una di esse svela l’immagine di una scacchiera in smobilitazione dopo l’ultima mossa.
“Stirpe?”. E’ un termine che suscita in Filippo un sorriso pieno di stupore.
“Il nostro sangue porta i segni della degenerazione di qualche avo abbietto” continua Leonardo nella sua retorica che si perde grottesca nella scacchiera desolata. “Lo zio Eugenio non era un caso a parte. Basta scrutare nel cuore dei nostri parenti più stretti anzi in noi stessi per rendercene conto. Caro mio, non ci possiamo fare proprio niente. La nostra corruzione è ereditaria”.
“Lo zio era un individuo abbietto e tu sei il suo profeta” lo incalza Filippo. “Spacci per innati atteggiamenti che ti sei costruito prendendo lui come modello, tanto per giustificare i vizi a cui non sai rinunciare”.
“Un mediocre come te certe teorie non può neanche concepirle. Ma verrà il giorno che ….”.
“Piantala con le tue profezie da strapazzo! La partita l’hai persa, la tua dignità pure. Quindi vattene e lasciami in pace”.
Scocca la mezzanotte.
Uno strano rimorso afferra Filippo mentre contempla la stanza vuota e questo rimorso s’illanguidisce e diventa tristezza al ritirarsi dello sguardo fino agli oggetti disposti accanto sul tavolo, tante fatture da pagare, un mucchio di carte da gioco e qualche cioccolatino. Proprio quei cioccolatini, quei pochi cioccolatini che suo cugino ha lasciato nella scatola sono la prova della sua malafede.
Sì, Leonardo non è che un volgare millantatore. Quanto a sé, nel rispetto di quanto pattuito, si addosserà per intero l’incresciosa eredità. E a dimostrazione della propria magnanimità per sottrarre all’infamia la memoria dello zio salirà di porta in porta a fare un’umile questua, parziale risarcimento di una morte ingrata.
UNA DOMENICA NOTTE IN VIA DELLA PACE AL N° 53, di Paolo Avanzi.
Termina qui la presentazione di questa serie di racconti, (un’opera scatologica che sembra essere preludio o fine di un romanzo dal vago sapore kafkiano), iniziata il 20 giugno 2008 con: 14. PISTORI dott. FULVIO.
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