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September 12th, 2008 · No Comments

LANTI CLAUDIO

BENCIONI SARA

3.

“Sei assolutamente sicuro di averla chiusa bene a chiave la porta?”.

“Assolutamente, cara. Non hai sentito gli scatti della serratura?”. Dopodiché ha sogghignato dentro di sé, il signor Lanti, e s’è stupito di quanta ferocia potesse albergare nel proprio cuore. Sì, perché la chiave nella serratura non l’ha girata per tre volte nello stesso senso, ma per tre volte avanti e indietro. Che perfidia far credere alla propria moglie che la porta di casa è chiusa a chiave simulando addirittura degli indizi per indurla in questa convinzione! E perfidia è dir poco, considerate le prevedi­bili conse­guenze. Pensare che lui se ne sta al sicuro in camera da letto con l’orecchio teso a cogliere il minimo rumore e la mano pronta a far scattare la serratura (della porta della camera da letto, s’intende), mentre sua moglie sta a guar­dare la televisione nel salotto a non più di tre metri dall’entrata e …. Da una porta socchiusa in piena notte possono entrare incubi molto pericolosi, lui lo sa bene.

Se l’è voluta lei, gli verrebbe da dire. Ma, da quell’e­quilibrato che è, sa bene che la questione non va posta in questi termini.

Sara non gli ha fatto nulla di male, anzi è il primo ad ammettere che lei di difetti ne ha davvero pochi, se si possono chiamare difetti una certa gelosia che la induce a indagare su qualunque cosa lui faccia o dica in sua assenza, o certi scrupoli nel fare i lavori domestici tuttavia così scrupolosamente motivati da risultare ragio­nevoli; tutte cosucce banali tanto da non meritare neppure che se ne parli, e comunque anche se se ne fosse parlato non sarebbe cambiato niente.

Per il resto Sara è una moglie premurosa, affettuosa, sensibile, coscienziosa. Una moglie perfetta o quasi che lui odia. Probabilmente sono anni che lui la odia, solo che non se n’è mai reso conto. Quello che prova nei suoi confronti è una specie di livore impercettibile che infiltrandosi come una sottile aria gelida fra i gesti della loro intimità li svuota di ogni naturalezza.

Sua moglie non sa ciò che lui pensa, è questo che ha tenuto finora in vita il loro rapporto ed è questo che potrebbe farlo morire nel modo per lui più pratico e pulito. Ci sono profezie che si autoavverano, pensieri che colpi­scono senza lasciare traccia e rimangono invisibili in eterno, e se non è così gli piace crederlo perché sente che è tutta lì la sua ragione di salvezza.

La porta dunque si apre e quando Sara si accorge dell’uomo penetrato dentro non ha nemmeno il tempo di urlare, o ammesso che ne abbia il tempo non ne ha la forza. E’ terro­rizzata al punto da non opporre la minima resistenza al suo aggressore. Nessuno del condominio ha udito nulla. La scena si è svolta con la massima rapidità ed efficienza: un taglio netto alla gola e poi via in fretta e furia. Del­l’assassino rimane solo il ricordo di un’ombra scura che si perde giù per le scale interne del palazzo. Il corpo di Sara riverso sul pavimento in un lago di sangue è un gran brutto vedere ma a forza di immaginarselo ci si è quasi abituato. Adesso finalmente lui è libero, libero di mace­rarsi nel rimorso e di respirare aria nuova, libero di cercarsi un’al­tra donna, piena di difetti questa volta, una da usare e gettare senza problemi.

No, comprende che non succederà proprio niente di tutto questo. Eppure quell’unica probabilità su mille se la vuol tenere stretta stretta, magari solo per il gusto di un brivido incosciente.

Nel salotto la televisione è ancora accesa. Stanno tra­smettendo un telegiornale, lo capisce dal tono piatto delle voci. Ah, dei colpi di tosse, sono di Sara. E’ ancora viva, eh, eh, chi l’avrebbe detto? Tra poco si alzerà dalla poltrona e lo raggiungerà in camera. Il suo piano diabolico è ormai prossimo al suo innocuo epilogo. Terminerà così com’è cominciato, invisibile come una creazione della mente. E invece no, si ricrede immediatamente. Sara, per uno dei suoi maledetti scrupoli oppure perché soprappensiero, po­trebbe andare a controllare se la porta lui l’ha chiusa a chiave veramente e allora nessuna giustificazione basterebbe a calmarla, perché è lampante che non è stata una dimenti­canza la sua (non gliel’ha detto chiaramente in faccia lui che la porta l’ha chiusa a chiave? e non glieli ha fatti sentire gli scatti della serratura?) e allora se non è stata una dimenticanza, cos’è.

“Dio mio, la porta, Claudio!” gli pare già di sentire le sue grida, “sei impazzito? Non sai cosa succede fuori di qui? Oh, ma non sarai per caso in combutta con quel ….”.

A stento si trattiene dal precipitarsi verso la porta per girare la chiave nel verso giusto. Non farebbe che accele­rare la realizzazione del disastro che ha appena immaginato. Si dà dell’idiota pensando a quali rischi sta andando incontro per dare un barlume di concretezza all’as­surdità che gli è passata per la testa. A questo punto è meglio che se ne stia fermo nella speranza che tutto proceda nella normalità delle cose. Sì, Sara si fida di lui e a quest’ora è troppo stanca per compiere sia pure meccanica­mente un gesto superfluo. Accadrà come in una delle solite notti: lei tra poco verrà in camera lasciandosi alle spalle ogni terribile sospetto e gli si stringerà accanto. Loro due a letto insieme. Ma non è esattamente come le altre notti. La porta d’entrata stavolta non è chiusa a chiave. Per sicurezza bisognerebbe chiudere a chiave almeno la porta della camera da letto, ma ciò è quasi impossibile senza destare l’attenzione e i sospetti di Sara. E poi a complicare la situazione c’è il buio e forse anche il sonno (anche se sa già che non chiuderà occhio per tutta la notte). Il signor Lanti scopre insomma che nel proprio piano diabolico è invischiato pure lui; per uscirne indenne deve ancora confidare nel verificarsi dell’evento più probabile. Si convince, o meglio tenta di convincersi, che tutto procederà in perfetta tranquillità fino al sorgere del sole quando i primi cinguettii degli uccelli diraderanno anche il rischio più remoto. Allora incrociando sopra di sé il volto disteso di Sara si meraviglierà di aver temuto tanto le proprie paure. I minuti successivi saranno scanditi dalle solite azioni, lavarsi, vestirsi, fare colazione, baciare Sara sulla fronte …. Ah, su questa scena si ferma in­chiodato da un indicibile terrore. Sì, perché è davanti alla porta d’ingresso che essa regolarmente accade.

Stavolta non gli riuscirà il giochetto di far scattare la serratura avanti e indietro per dimostrare di averla chiusa. Avrà addosso gli occhi di Sara: il rito del bacio di congedo sulla soglia di casa non gli lascerà scampo. Si è cacciato in un vicolo cieco in fondo al quale sta una porta che basta aprire semplicemente abbassando la maniglia. Il suo piano diabolico …. E’ la dimensione del quotidiano che lo rende veramente tale, e solo per lui.

Nell’appartamento intanto s’è fatto silenzio. Sara ha spento il televisore. I suoi passi lui li ode già lasciare il salotto e procedere verso il bagno. C’è ancora tempo prima di gridare alla disfatta, una lunga notte insonne, eppure gli pare di averla già vissuta. E’ così stanco che non ha la forza di opporre la benché minima giustificazione di fronte al disastro che intravvede oltre il vetro smeri­gliato della porta della camera.

Tutt’a un tratto i suoi riflessi sono attutiti da uno stordimento tale che si ritrova fra le braccia di Sara quasi senza accorgersene e allora pensa di essere ispirato dalla provvidenza o da qualcosa del genere mentre farfuglia: “Perdonami, sono stato uno stupido. Con la sonnolenza che ho addosso mi sa che la chiave della porta d’entrata non l’ho girata nel verso giusto. Forse è meglio che vada a control­lare”.

PA (continua)

Tags: 4.Proposte di autori e lettori a confronto

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