E’ di scena il libro tradotto in un italiano da soubrette.
La tv ci ha abituato da tempo alla bella straniera esibita sul palcoscenico ad ogni nuovo programma di varietà. Poco importano la pronuncia incerta e la parola inadatta. I guardoni televisivi hanno ben altro da osservare. Non si può certo limitare il panorama alle bellezze nostrane. E che l’agricoltura abbia bisogno di manodopera straniera, anche questo è risaputo. Ma che una casa editrice metta sugli scaffali delle librerie un testo letterario mal-tradotto, - così malridotto - non mi era ancora capitato. Passi il refuso di stampa, è un classico. Intendiamoci, passi anche l’errore qua e là, che può sfuggire sia all’autore (o al traduttore), sia al più attento correttore di bozze. Nel nostro caso è l’italiano nel suo insieme a suggerire una (de)formazione linguistica maturata su altre sponde, che non ha avuto un tempo di decantazione sufficiente nella penisola. Né c’è stata la paziente avvedutezza di consultare, di tanto in tanto, un buon dizionario.
Giunti a questo punto, dopo aver detto che l’autore è africano e i racconti sono ambientati nella nativa Nigeria, qualche assaggio è d’obbligo.
“ … ‘Stai scemo?… Sei pazzo?’… Mi domandavo se lei avrebbe avuto voglia di dire anche una sola parola quando sarebbero venuti per lei… ‘Perché lo vuoi sapere?’ replicò, fra tutti quanti erano, proprio Monica… Mi tirò per la manica della camicia, sollecitandomi perché ce ne andassimo alla lesta. Monica mi fu subito davanti … ‘Sono rimasta qui tutto il giorno, a sedere e a pensare.’ Vidi Monica molto poco… Vedemmo quegli onorati cittadini marciare per le strade della città… Le loro pancione dondolavano mentre marciavano… Quando aprì gli occhi, il primo bagliore di luce lo fece pensare all’accecamento di Saulo. Con la testa fuor di finestra si sciacquò la bocca… Entrò con la Vespa nel compound e l’allucchettò con cura… Si addormentò e sognò i suoi defunti genitori… Anderson proseguì in fretta finché non si ritrovò ai banchi dei beccai… La malattia si fece talmente grave… Le coppie di ballerini sbattevano una addosso all’altra… Lui ululò e balzellò all’indietro…”
Non so se è proprio necessario sottolineare dopo il ‘se’ l’uso errato del condizionale, l’utilizzo di vocaboli insoliti e variopinti al di fuori di ogni contesto, gli aggettivi che al contrario dell’inglese talvolta vanno messi dopo il sostantivo… Queste amenità sono estratte soltanto dalla parte iniziale del libro. Per dirla tutta, ci sono pure racconti che scorrono limpidi come acqua di sorgente. E’ chiara l’impressione generale di un testo le cui pagine sono state distribuite come un mazzo di carte e rimesse insieme senza una supervisione generale.
In tale contesto il lettore, cercando di cogliere quello che l’autore ha scritto attraverso la cortina culturale dell’inglese prima e la coltre della traduzione successiva, si imbatte in una infinità di trappole. Non prive di colpi di scena ad effetto. E’ il caso di lui e lei a letto. “Lui sudava. Ansimava in silenzio.” Lei (una prostituta) “guardava le lucciole che si erano infilate sotto la zanzariera.” Che singolare coincidenza d’incontri!
“…L’eccitazione per il ritorno della luce… riecheggiava per tutto il mercato… in una cacofonia di voci estatiche… Dopo si rese conto che quel pandemonio era provocato dal passaggio di una mandria che veniva condotta al recinto.”
E mentre, sullo sfondo della “città della polvere rossa”, il governatore festeggia il compleanno con aerei che sorvolano il cielo e parate militari a testimonianza del potere, si snoda il racconto di due amici disoccupati. Squattrinati, decidono di recarsi in ospedale. L’uno dei due pensa “ai capricciosi umori del suo amico, al suo sangue di prima qualità che lo aveva di fatto salvato dal morire di fame…” Il lettore si chiede: qui si allude al sangue freddo dell’amico che ha superato un brutto momento (o al carattere sanguigno di certi protagonisti nelle latitudini africane?) … Invece scopre che i due sono soliti andare in ospedale per vendere il proprio sangue, che ha un prezzo a seconda del gruppo sanguigno (e delle necessità del momento). “E se (ti) svieni?” Ci si rialza. Si trova la forza per inveire contro le autorità, per ubriacarsi, ma anche per donare (eccezionalmente) il sangue a favore della donna di un tempo (che si è tagliata la gola per non cadere in balia di un gruppo di soldati). Dal magro guadagno della vendita del proprio sangue avanza qualche spicciolo per comprare un po’ d’erba da fumare insieme all’amico. ‘C’è il carcere a vita per chi viene scoperto’, ammonisce il guardiano (e spacciatore) della zona dove si crede che il governatore abbia le coltivazioni di marijuana. Lo sanno tutti. Corruzione, dispotismo e lotta per la vita fanno parte dello stesso circuito infernale.
Le storie hanno una forza narrativa pari alle tematiche che raccontano. Tra gli incubi del venditore di medicine contraffatte, che moltiplicano le sofferenze di malati e bambini, si affaccia il sogno poetico ma inquietante di “stelle in cielo… oggetti che il venditore batteva all’asta. Quando una stella veniva comprata, la sua luce si spegneva.” E dopo che l’individuo è riuscito a superare pesto ma vivo i numerosi posti di blocco nella guerra civile, diventa comunque impossibile sfuggire all’ossessione del ricordo, nella soffocante calura, tra insetti polvere e sporcizia. Il sogno - se non il delirio a occhi aperti - sembra essere l’esile filo di speranza per questi personaggi alla deriva. Gli spiriti della foresta appartengono a una casta inferiore di deità che nulla possono contro le forze scellerate che detengono il potere con le armi, in uno sfondo postcoloniale cinico e assurdo.
Una sorte a cui non sembra sfuggire neanche l’autore, ignara vittima di un lessico importato.
Le magre risorse della carta stampata potrebbero trovare una sponda più sicura in stuoli di ex-insegnanti ancorati a una ancora più magra pensione. O forse l’editoria, come altri settori sensibili, ha bisogno delle buone opere del volontariato?
AF
Il venditore di sogni (racconti). Autore: Ben Okri. Giunti Editore spa, Milano.
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