Pro-vocazioni letterarie è uno spazio dedicato agli amanti della scrittura, nella perenne ricerca di un equilibrio tra l'estro creativo e il dettato dei canoni culturali in voga, nella provocazione dell'esserci.
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August 12th, 2008 · No Comments

MINASTI ENRICO

TORCESE MARIA

7.

Il desiderio di Maria è stato esaudito.

Non era un desiderio che potesse essere esaudito tanto facilmente. In tutta sincerità lei non osava nemmeno spe­rarci, forse perché troppo improbabile o troppo crudele. Fino a ieri questo desiderio lei lo chiamava “liberazione”, liberazione soprattutto dall’assillo di essere punita per qualcosa che aveva scontato con mille tormenti, e se lo immaginava come la battigia di un lido affollato resa immacolata da un impetuoso schianto d’onda subito riflusso nel mare. Mentre ora scopre che questa liberazione non la può godere fino in fondo finché essa non è riconosciuta come tale da qualcuno, qualcuno degno di una fiducia che nemmeno a suo marito ha mai osato accordare.

“Quell’uomo ha fatto la fine che si meritava”.

Maria siede in cucina di fronte ad Anna, sua sorella, in attesa che quanto appena sussurrato questa glielo rimbalzi ancora una volta come in una delle loro serissime recite d’infanzia.

“Ha fatto quella fine perché era un porco”. Una variante che lascia Maria interdetta. L’ha colpita l’ultima parola molto più che il tono aspro e compiaciuto di Anna.

“Porco? Come sai che era un porco?”.

“Lo si vedeva benissimo da come parlava, da come si muoveva, da come camminava. Anche se era magro come un chiodo e aveva i lineamenti delicati, come dire, da aristo­cratico, era pur sempre un porco”.

Maria annuisce a ripetizione. Sì, sì, proprio così, un porco. E si infiamma di gioia e nello stesso tempo si compiange per non averlo capito subito, come sua sorella, di che pasta era fatto quello.

Anna arriva sempre prima di lei nelle questioni di cuore e di sesso, se lo diceva già quand’era ragazzina ed Anna con i suoi tre anni in più si ergeva alla misura di un adulto. Ma a trentanni un simile scarto d’età non conta più nulla e allora bisognerebbe tirare in ballo qualcos’altro come la sensibilità, la furbizia, la spregiudicatezza ….

“Ti ha messo le mani addosso, vero?”.

Maria si stringe sulle spalle, tossicchia. Ora non può più tirarsi indietro, e pensare che un minuto prima s’era rimangiato il proposito di rivelarle tutto. “Se non fosse stato per Enrico” sospira a capo chino “da quello non ci sarei mai andata. ‑ Sei troppo ansiosa, perché non provi a farti vedere dal dottore del pianterreno? ‑ Me l’avrà ripetuto non so quante volte. Alla fine ho ceduto. Fin dalla prima seduta quello non ha fatto che bombardarmi di domande, domande infarcite di lusinghe, sul mio lavoro, sulla mia vita privata …. Penso che alla fine ne sapesse più lui di Enrico. E quando si arriva ad un grado tale di familiarità anche nelle questioni più intime … qualcosa si allenta”.

Lo sguardo di Anna, che lei incrocia alzando gli occhi, è sospettoso. “Strano che Enrico abbia insistito tanto. Non mi sembri poi così ansiosa” fa lei e soggiunge con un sorriso malizioso:”Ma forse questo è dovuto agli effetti del trat­tamento del dottore”.

“Mi ha violentata quello, violentata” urla Maria dentro di sé e tace paonazza in volto. Ad Anna ha già detto anche troppo. Di una tragedia lei ne farebbe una farsa, abituata com’è a scegliersele le sue esperienze erotiche come e quando le pare. Meglio allora chiudere lì il discorso. “Per fortuna adesso è tutto finito. Non voglio pensarci più” le dice, anche se lo sa bene che fatti del genere non si cancellano con un colpo di spugna.

Anna le prende la mano stringendola a sé. “Meglio così”. E subito dopo la lascia. “Ed Enrico? Non ti ha difeso? Non ha fatto valere le tue ragioni? Eh già, perché bisognava denunciarlo quel porco”.

“A Enrico non ho detto niente”.

“Cosa!?”.

Può bastare un cambio di inflessione di voce improvviso a far crollare il concetto che fin dall’infanzia si è maturato di una persona cara. Maria non lo credeva possibile; ed ora, di fronte all’esclamazione della sorella che le ha riportato alla mente una sorta di catastrofe rimasta per anni incom­bente, si sente prigioniera di un dedalo di complicazioni che la lasciano come imbambolata.

“Enrico che c’entra?” balbetta e si rende almeno conto che una frase più stupida non poteva dirla. Ritorna al momento in cui le è venuta in mente l’idea di telefonare ad Anna per confidarsi e lo maledice. A questo punto non può far altro che minimizzare. “Oh, ma cos’hai capito. Quello mi ha solo toccato il sedere”.

“Dal tuo giro di parole avevo capito invece che lui t’aveva sedotto”.

“E ti pare che l’avrei detto a te e non a Enrico?”. Ah, che altra frase stupida. E’ talmente confusa che imbastire un discorso sensato le pare un’impresa sovrumana. Si alza dalla sedia massaggiandosi la fronte. “Scusami, Anna, mi sento stanca morta e ho un tremendo mal di testa” e non ha certo bisogno di simularlo il suo malessere.

“Non hai bisogno di scusarti. Ti capisco”. Le sorride, le dà un bacio sulla guancia e la saluta. Con molta gentilezza, con molta freddezza.

Anna è sempre stata così, considera Maria in una solitu­dine che sa di sconfitta, solo che non ci ha mai fatto caso … alla sua freddezza. Un minuto dopo la vede già fuori pronta ad attraversare la strada poco oltre la quale sta la sua casa. Loro due così vicine e così lontane.

E’ lontano anche Enrico. Ma lui ha altre ragioni, altre incombenze, il lavoro soprattutto di cui non le parla quasi mai. Eppure anche lui potrebbe essere così vicino; proprio nella casa di fronte dove abita Anna per esempio, magari nel suo stesso monolocale (anche se Anna insiste nel sostenere che è così angusto che ci può vivere solo una persona) il quale stranamente ha la finestra illuminata. Ed è proprio la sagoma di un uomo simile ad Enrico che lei scorge affac­ciarsi a quella finestra.

PA (continua)

Tags: 4.Proposte di autori e lettori a confronto

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