MERCHIORRI ANTONIO
ROBECCHI CLAUDIA
10.
Michela se ne sta appartata in un angolo del salotto mentre il suo fidanzato ride e scherza con la coppia di cui sono ospiti. I Merchiorri sono amici di vecchia data. Amici di lui ci terrebbe a precisare Michela. Ma questo non giustifica il suo malumore. Malumore per cosa esattamente non lo sa. Avrebbe preferito che si fossero incontrati ieri. La domenica sera non la sopporta proprio. E’ un luogo scellerato in cui si incrociano gli ultimi scampoli di una precaria libertà e le propaggini di una marea nera che presto sommergerà le brevi chimere di un futuro diverso.
E intanto quelli li sente spanciarsi dalle risate, giulivi come non mai. “Dai, non tenere quel muso, sta un po’ con noi” le dice il suo Gianni e subito lei si vergogna di essersi rinchiusa nelle proprie ugge. Togliersi dalla poltrona dove sta e portarsi in quella accanto al suo Gianni è il minimo che può fare per non apparire scortese; ma anche il massimo. Per quanto si sforza non riesce a trovare un appiglio nella loro conversazione per spiccicare qualche frase sensata. Parlano di motori e di calcio e di sesso in un bizzarro miscuglio di termini ora estremamente tecnici ora volgari. Roba da maschi, eppure a Claudia interessa; le interessa perché le interessano i maschi e parecchio, basta vedere che razza di sguardi lancia al suo Gianni (ed ha pure il marito vicino!). Che bel quadretto, commenta lei fra sé, la madonna e i due cicisbei. Pensare che il suo Gianni fra tre mesi se lo sposerà. Le verrebbe voglia di scattare in piedi e sbattere la porta: una stupida scenata di cui si pentirebbe, perché è chiaro che il loro è solo un gioco, imbarazzante finché si vuole ma pur sempre un gioco, e andandosene sarebbe lei a non essere corretta, a non stare alle regole. Eppure non ce la fa più ad accompagnare le loro battutine con le labbra tirate in un sorriso da scema; così, senza pensarci troppo, butta all’indirizzo di Claudia una frase (”ti piace Gianni, vero?”) giusto per dimostrare che la lingua ce l’ha anche lei e senza volerlo quella frase le esce come un’insinuazione tagliente.
“Non sarai mica gelosa?” le replica Gianni stesso. E si ride ancora come dell’ennesimo scherzo. Ride anche lei, Michela, ride amaro perché il suo fidanzato ha preso le difese di Claudia rendendo quella frase più che giustificata.
Un nugolo di sospetti le si condensano in una vendetta: lo mollerà, appena usciti dall’appartamento.
Adesso le loro chiacchiere non si sente più in obbligo di ascoltarle, sono solo un cicaleccio lontano. Basta, è tutto finito. Che stupida è stata a venire insieme a lui dai Merchiorri. Non gliene frega più niente né di lui né di nessun altro e per quanto sia consapevole dell’infantile intransigenza del concetto ci rimugina su soggiogata dal piacere di poter pensare finalmente di testa propria. E’ tutta assorbita dalla visione di sé stessa sola nel mezzo di un oceano quando Antonio le fa in tono affabile:”Ehi, bisogna cercare di tirarsi su, mica pensare sempre al lunedì. Anche perché c’è qualcosa di peggio del lunedì, la domenica”.
Le ha letto nel pensiero? No, è solo una battuta, una delle tante, a cui lei non può sottrarsi. Ride, ma non come ridono gli altri; ride a denti stretti. Non le piace che facciano tutto quel chiasso, le sembra irriguardoso. E’ questione di buona educazione, ci sarà gente che sta dormendo negli appartamenti vicini. Poi, considera che ciò che prova è molto peggio che “irriguardoso”, è addirittura sacrilego, anche se ciò che la circonda (l’arredamento moderno di un salotto) non le richiama neppure lontanamente qualcosa di sacro.
L’animata conversazione continua come se fosse un grande convegno al centro del mondo. Fuori della stanza regna un silenzio anonimo che evoca neri deserti. Ne è inghiottito anche l’urlo di una sirena sfrecciante nel viale. Eppure Michela l’ha udito e sommuove nel suo animo impressioni scomode, impressioni che all’improvviso rispuntano da un velo d’indifferenza. Un paio d’ore prima, quando lei e Gianni erano arrivati al pianterreno della casa non c’erano solo Claudia e Antonio ad accoglierli; in mezzo a loro, casualmente, s’era intrufolata un’altra persona, uno del condominio, che lei ora non saprebbe riconoscere. “L’hanno trovato là” aveva detto questi a loro indicando una zona di fronte alla porta di un appartamento. “Dicono che è rimasto così per parecchio. Poveraccio. Possibile che nel frattempo nessuno se ne sia accorto?”.
Se le ricorda bene le facce di Antonio e Claudia a quelle parole, erano allibite. Allibite sul serio, non per uno scherzo improvvisato che l’aveva tratta in inganno al punto da non prestare attenzione alla scena.
L’urlo della sirena che le sibila ancora nelle orecchie è una linea infuocata che apre varchi nella nebbia del quieto vivere. E’ chiaro che Gianni non ha colpa, non ha fatto caso a ciò che ha detto quell’individuo; ride solo perché ridono i loro due amici. E lei ride per non fare brutta figura. Sta meditando a qualcosa che non sa bene se una delle tante battute che la liberi dal triste impaccio o a qualcosa di profondo che susciterebbe altrettanta ilarità, quando Antonio e Claudia e Gianni si alzano in piedi. Non pensava che fosse così tardi. Sarà stato il suo viso annoiato ad anticipare il congedo? La odieranno, pensa, ha rovinato loro la serata. Gianni poi … Ma è talmente stanca.
“Scusatemi se non sono stata di grande compagnia” fa stringendo la mano ad Antonio.
“Te l’avevo detto di non pensare troppo al lunedì” replica lui.
“Veramente è il sabato che mi fa paura, il sabato sera, quando si pensa soltanto al divertimento e il lunedì è ancora lontano” e ride, adesso sì, di gusto, e continua anche dopo che la porta dell’appartamento si chiude alle sue spalle.
PA (continua)
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