Una trilogia di poesie: I fiori del silenzio, Il taccuino rovesciato, Il Taccuino di Amleto (Apollo e Dioniso Edizioni, Milano). Autore: Virgilio Patarini
I fiori del silenzio sono la prima raccolta di poesie di Virgilio Patarini il quale sviluppa il proprio itinerario poetico-artistico in una trilogia che si compone di altri due volumetti Il taccuino rovesciato e Il Taccuino di Amleto.
I fiori del silenzio, poesie d’amore impregnate di ‘sensualità dilagante (sulla punta delle dita)’, del ‘desiderio che affonda e riemerge… della (tua) scoperta sensualità / fatta di niente / di acqua e di vento…’, narrano della consapevolezza, di non essere ‘il sasso che resta nella (tua) vita… il meteorite piovuto dal cielo’. E’ proprio dell’amore l’assenza di un punto fermo. ‘Ero nuvola passeggera, invece…’ sono qualcosa di cui ‘se ne è persa la memoria’. Se per qualche tempo rimane la speranza ‘…in attesa che un (tuo) sussurro decida la mia sorte’, infine arriva la presa di coscienza che ‘nessuno ci darà il tempo perduto… la dolcezza perduta’.
Nel taccuino rovesciato - ‘dicono che la poesia si nasconda / nelle piccole cose (…) E fa bene, di questi tempi’ - dell’amore ormai rimangono soltanto ‘amare canzonette… in rime baciate…’ Passata l’ebbrezza, l’indomani porta con sé uno scanzonato risveglio: ‘…a colazione niente miele: caffé nero bollente / e pane azzimo. Come sputtanarsi le interiora / in un attimo’. Sbronza, disillusione, non resta che l’amaro in bocca… e l’animo per raccogliere con i cocci, momenti di lirico abbandono.
Arguta la commistione di poesie e aforismi, anima e corpo, fantasia e realtà, che vivacizzano le ultime due opere (i taccuini…). Gli aforismi sono sprazzi di beffardaggine, poesie che la realtà ha fatto abortire, a indicare che alla poesia non si possa garantire troppo spazio… ‘di questi tempi’.
Anima e corpo. Già un’altra opera, Il prigioniero, aveva attraversato il diaframma che esiste tra corpo e anima, per descrivere l’angosciosa dimensione di un mondo onirico, quasi ossessivo nel suo esistere (s)legato (d)al corpo, ad esso prigioniero.
Il Taccuino di Amleto nasce dall’esperienza di regista dell’Autore presso il teatro Asteria (nella primavera del 2005). Il riferimento al personaggio di Shakespeare, oltre che nel titolo, è presente nel contenuto, sia quale fonte d’ispirazione, sia come una ineludibile necessità di riflessione. Una volta giunti a metà del guado, ‘nel mezzo del cammin di nostra vita…’, che uno si chiami Dante o Virgilio, è tempo di fare il bilancio di metà percorso. Inevitabilmente il primo sguardo va alla giovinezza passata così in fretta che sembra abbia solo sfiorato la vita. Il tempo di uno sguardo. Ma è l’inquietudine il vero tema del Taccuino di Amleto: l’essere o non essere, senza l’aborrita tragicità. La scelta di non uccidere, non porta a nessuna soluzione immediata, se non al vivere il tormento ‘senza disperazione’. Quando l’atto tragico viene compiuto, e il sipario quindi non cala, la vita si trascina come per un condannato all’ergastolo, esposto al dileggio di chi guarda. Se si dà credito alle disgrazie successe ai profanatori delle tombe egizie, studiosi o avvoltoi che fossero, come non vedere nell’opera, la maledizione di Amleto!
In tale contesto ha senso discettare di stile poetico, metrica, di assonanze e rime? Oppure, si può parlare delle opere senza interrogarsi sull’uomo? E non solo perché l’autore è un contemporaneo, ma anche perché egli nella vita si dibatte in una molteplicità di ruoli.
Eclettico e brillante veste con la disinvoltura di un trasformista i panni dell’artista e i panni dell’imprenditore-artigiano che racchiude cultura e arte in un ideale ‘laboratorio delle muse’. Ogni ruolo, sfrondato e coltivato con assiduità, potrebbe portarlo ad affermarsi in un campo definito. Tuttavia il delta del fiume-pensiero-azione ha generato un arcipelago dove si raccolgono in un crescendo voci e destini che sono ricchezza, da non abbandonare al caso. Sicché talvolta nell’inquietudine si leva il dubbio se ‘è destino di chi porta il mio nome vagare all’inferno’.
Poiché è il tempo che difetta, non certo il talento, ‘giocare tutte le parti’ equivale a mettersi in gioco, ‘e la mia voce è un raglio feroce, un maglio, e un soffio di vento…’ E’ l’ellisse della vita che si chiude, il correre ‘nel teatro del Gran Mondo’ che finisce in un testacoda: ‘e il mio tormento un sollazzo per chi guarda’.
Può l’autoironia alleviare l’inquietudine, può l’inquietudine quando condivisa, essere anche parziale sollievo, o il massimo che ci è dato sperare, è solo trascorrere in compagnia di qualcuno parte di un percoso? I pensieri si ammantano di silenziosa armonia, in versi palpitanti di vita vissuta. Ma dalla riflessione del poeta non sbocciano soltanto fiori. I dubbi si nutrono dello stesso silenzio.
AF
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