Antonio Fiorella è nato a Biccari; vive a Gorgonzola. In mezzo c’è un itinerario (una testa) da emigrante; numerosi lavori sfociati nella ‘condizione umana’ di credit manager; un ritorno alle frequentazioni artistiche. Autore dei romanzi Chi tanto chi niente,Testacoda e di una raccolta di fiabe (e altro) Il virus della parola.
Chi tanto chi niente (romanzo) è la storia di un sequestro di persona e di un povero cristo che voleva tutto capovolgere.
“… Mi abituai cosicché all’aria della fabbrica impregnata di acidi, all’aria di fuori che puzzava di merda, alla mensa, al freddo intenso. Con caparbietà ogni mattina affrontavo quel percorso gelido e umido, il bavero alzato, o avvolto nella sciarpa, con una sigaretta fra le labbra che si spegneva ogni due boccate di fumo. Eppure nel camminare, bestemmiando ringraziavo il suolo che calpestavo perché mi dava pane; era il primo pane che guadagnavo col mio lavoro.
E così, con animo riconoscente malgrado tutto, trascorsi qualche mese. Poi, a poco a poco, come quella nebbia che si ficcava dappertutto e persino nelle ossa, l’odio mi si insinuò sordido nel corpo. Pian piano esso divenne stimolo, linfa, anima della mia esistenza. A che cosa era servito l’avere studiato, se poi mi trovavo in fabbrica, impotente servitore d’una macchina che mi condizionava e guidava i movimenti? Non avevo un angolo di casa dove potermi sedere e leggere indisturbato. Non c’era un amico con cui parlare di qualcosa di diverso che non fosse il calcio o la donna che manca. Avevo da mangiare e basta.
Considerando abbrutimento quella estenuante lotta per la sopravvivenza, presi ad odiare il lavoro, ogni cosa. Odiavo quel pane avvilente causa di prostrazione, la gente che mi circondava e che pareva accettare tale misera, mio padre, mia madre… Dal loro amore e piacere, dalla loro unione, era nato tanto dolore. Con l’odio nel cuore vivevo, tiravo avanti.”
Testacoda (romanzo) è la sintesi dell’incontro tra un impiegato part-time, sedicente poeta, Dino, che coltiva di sé l’immagine del viaggiatore con poco bagaglio e senza meta, e una giornalista, universitaria fuori corso e madre separata, Caterina, donna impegnata su troppi fronti contemporaneamente. Uno spaccato di vita ambientato negli anni ’80, narrato attraverso la lente deformante del paradosso, nello stile de ‘La giumenta verde’ di Marcel Aymé e il piglio dissacrante di Roberto Benigni quando irride alla realtà. Sullo sfondo economico-culturale, dove il pericolo giallo è rappresentato dall’invasione di prodotti giapponesi, e l’imprenditore Brambilla converte la sua azienda dal tombino alla fabbricazione di coppe e medaglie, si snodano altre vicende, come quella di Antonio e Pietro, allievi del pittore D’Onorato, si assiste agli equilibri da serfista di un personaggio politico, alla manipolazione del mercato dell’arte. Un frammento del tempo. Nel momento in cui il telex viene superato da nuove tecnologie si coglie il vero dramma del nostro secolo: all’orizzonte dell’umanità incombono svolte da cui può derivare l’impossibilità di un ritorno.
Il virus della parola (fiabe e altro).
I racconti del vecchio Ben, uno di seguito all’altro incastonati come un romanzo, narrano di un mondo suggestivo dove i fiori veri sono un vago ricordo, dove la storia ufficiale ha l’odore del gorgonzola mentre è la fiaba a riportare alla luce pezzi di verità nascoste (verità che a pensarci bene con il loro luccichio non aspettavano altro che di essere scoperte, tanto che uno si chiede: come ho fatto a non accorgermene prima), dove alieni tengono sotto sorveglianza la terra, inviando esploratori ad ogni lustro per monitorare quanto sta avvenendo. Vi siete mai posti la domanda: “Come riporterebbe un extraterrestre la cronaca di una partita di calcio, magari di un derby Milan-Inter?”
1 response so far ↓
1 andrea // Apr 5, 2008 at 18:15
è un libro di cui mi hanno parlato. ti saprò dire…
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